Amici immaginari

Amici immaginari: Quando il bambino parla con qualcuno che non vediamo

“Mamma, oggi viene a pranzo anche Giorgio.”

Ma Giorgio non lo conosce nessuno. È frutto della fantasia del bambino e, per lui, rappresenta un compagno di giochi, un amico con cui parlare, qualcuno con cui condividere momenti della sua giornata.

Avere un amico immaginario durante l’infanzia è un’esperienza piuttosto comune. Gli amici immaginari possono entrare nella vita dei bambini attraverso il gioco e la fantasia: possono avere un nome, una personalità, dei gusti, possono parlare, arrabbiarsi, fare scherzi o accompagnare il bambino nelle sue attività quotidiane. Amici immaginari

Fino a che età può succedere?

La presenza di amici immaginari è particolarmente frequente tra i 3 e gli 8 anni, anche se non esiste un’età precisa in cui dovrebbero necessariamente scomparire. Alcuni bambini possono averli per un periodo più breve, mentre altri possono continuare a coinvolgerli nel proprio gioco anche oltre gli 8 anni.

Più che concentrarsi esclusivamente sull’età, è importante osservare come il bambino vive questa esperienza e quale spazio occupa nella sua quotidianità.

Un bambino può parlare con il proprio amico immaginario, coinvolgerlo nei giochi e nelle attività quotidiane e, allo stesso tempo, mantenere relazioni con gli altri, andare a scuola e distinguere ciò che appartiene alla fantasia da ciò che appartiene alla realtà.

L’amico immaginario, infatti, può rappresentare uno spazio attraverso cui il bambino sperimenta la propria creatività, costruisce storie e dà forma a emozioni, pensieri e situazioni che sta ancora imparando a comprendere.

Attraverso il gioco, il bambino può esplorare il proprio mondo interno e quello che lo circonda. Può far vivere al suo amico situazioni che ha vissuto, affidargli paure o desideri, oppure semplicemente divertirsi e inventare.

Per questo, la presenza di un amico immaginario non è di per sé un segnale di disagio psicologico.

Ma allora, quando questa esperienza può essere considerata parte del normale sviluppo e quando, invece, è utile prestare maggiore attenzione? Amici immaginari

Quando la fantasia fa parte della crescita

Dal punto di vista della psicologia dello sviluppo, l’amico immaginario può essere considerato una particolare espressione del gioco simbolico e della capacità del bambino di utilizzare la fantasia per rappresentare persone, situazioni e relazioni.

Gli studi di Marjorie Taylor e Stephanie Carlson hanno evidenziato come la presenza di amici immaginari sia associata alle modalità con cui i bambini utilizzano la fantasia e comprendono gli stati mentali propri e altrui. In una ricerca condotta su bambini in età prescolare, la capacità di creare personaggi immaginari era collegata ad alcune competenze legate alla teoria della mente, come comprendere prospettive e punti di vista differenti.

Anche la letteratura successiva mostra che gli amici immaginari possono essere presenti non solo negli anni prescolari, ma anche durante l’età scolare. Una ricerca di Taylor e colleghi ha rilevato che alcuni bambini continuano a interagire con i propri compagni immaginari anche negli anni successivi, senza che questo rappresenti necessariamente una difficoltà nello sviluppo.

L’amico immaginario può quindi diventare uno spazio in cui il bambino sperimenta ruoli, relazioni ed emozioni. Può permettergli di giocare con diversi punti di vista, raccontare situazioni e dare forma a esperienze che sta ancora imparando a comprendere.

Questo non significa che ogni amico immaginario abbia necessariamente un significato psicologico profondo da interpretare. A volte è semplicemente parte del gioco e della fantasia del bambino.

Per questo è importante non chiedersi soltanto “perché ha un amico immaginario?”, ma osservare il bambino nel suo insieme: come gioca, come si relaziona agli altri, come affronta la quotidianità e quale spazio occupa questa fantasia nella sua vita.

Fonte principale: Taylor, M., & Carlson, S. M. (1997). The Relation between Individual Differences in Fantasy and Theory of Mind. Child Development, 68(3), 436–455.