Depressione infantile

Depressione infantile: Riconoscere i segnali

Spesso associamo la depressione al mondo degli adulti e facciamo fatica a immaginare che anche un bambino possa attraversare una sofferenza psicologica così intensa, da assumere una rilevanza clinica.

L’infanzia, infatti, viene spesso associata alla spensieratezza, al gioco, alla curiosità e alla scoperta. Per questo, quando un bambino appare triste, si isola o perde interesse per ciò che prima lo coinvolgeva, può essere difficile per un adulto riconoscere che dietro questi cambiamenti possa esserci qualcosa di più profondo. Depressione infantile

Eppure anche i bambini possono sperimentare forme di sofferenza psicologica importanti. La difficoltà, spesso, sta nel riconoscerle: un bambino non sempre ha le parole per raccontare ciò che sente e il suo disagio può emergere attraverso il comportamento, le relazioni o il corpo.

Ed è proprio qui che diventa importante imparare ad osservare non soltanto ciò che il bambino fa, ma anche ciò che, attraverso quel comportamento, potrebbe stare cercando di comunicare.

Cosa attraversa un bambino quando sta male?

Prima ancora dei sintomi che possiamo osservare dall’esterno, c’è un’esperienza interna che può essere difficile da riconoscere. Il bambino può sperimentare una perdita di interesse e di piacere verso attività che prima lo entusiasmavano come il gioco, gli amici, la scuola, lo sport. Ciò che prima rappresentava un momento di gioia, può iniziare a non suscitare più la stessa risposta emotiva.

Può comparire una sensazione di fatica, di poca energia, insieme alla difficoltà a concentrarsi o a trovare la motivazione per affrontare anche le attività quotidiane. Alcuni bambini possono diventare più irritabili o arrabbiati, altri possono ritirarsi e cercare sempre più spesso di stare da soli.

Ma c’è anche qualcosa di più difficile da vedere: il modo in cui il bambino può iniziare a percepire se stesso.

Può sentirsi incapace, diverso dagli altri, inadeguato o pensare di non riuscire a fare le cose nel modo giusto. A volte può comparire un senso di colpa o una visione negativa di sé che, soprattutto durante l’infanzia, può essere difficile da comprendere e verbalizzare.

Il bambino, infatti, non ci dirà: “Sono depresso”.

Probabilmente, soprattutto se è molto piccolo, non possiede ancora gli strumenti cognitivi per comprendere pienamente ciò che sta vivendo, né un vocabolario emotivo sufficientemente sviluppato per poterlo raccontare. Può sentire che qualcosa non va, senza riuscire a dare un nome preciso a quel malessere.

E allora quella sofferenza può cercare altre strade per essere comunicata. Depressione infantile

Attraverso un cambiamento nel comportamento, attraverso il gioco, il corpo, il rapporto con i genitori, con i coetanei o con la scuola. Può manifestarsi con pianto, irritabilità, chiusura, difficoltà nel sonno, lamentele fisiche o con una perdita di interesse verso ciò che prima rendeva il bambino felice.

Per questo, quando un bambino non riesce a dire “sto male”, non significa necessariamente che non stia comunicando ciò che prova. Potrebbe semplicemente starlo comunicando in un altro modo.

Il compito dell’adulto, allora, non è soltanto ascoltare le parole che il bambino pronuncia, ma imparare ad ascoltare anche quelle che ancora non riesce a pronunciare. Non fermarsi a ciò che il bambino fa, ma provare a comprendere ciò che sta vivendo.

Infatti, può essere controproducente o addirittura deleterio, etichettare il bambino con aggettivi come “svogliato” o “capriccioso”, questo può solo andare a confermare la percezione negativa che il bambino può avere di sè, soprattutto quando questa è già caratterizzata da sentimenti di inadeguatezza, incapacità o scarsa autostima.

Se un bambino sta vivendo una sofferenza e, invece di sentirsi compreso, si sente continuamente rimproverato o definito attraverso ciò che non riesce a fare, può arrivare a interiorizzare quell’immagine: “Sono pigro”, “non sono capace”, “sbaglio sempre”. L’etichetta, così, rischia di smettere di essere soltanto qualcosa che arriva dall’esterno e di diventare parte del modo in cui il bambino guarda a se stesso.

Allo stesso modo, anche frasi apparentemente rassicuranti come “non hai motivo di essere triste”, “devi reagire” o “hai tutto ciò che ti serve per essere felice” possono finire per invalidare il suo vissuto. Per l’adulto può sembrare un modo per ridimensionare il problema, ma per il bambino può tradursi nel messaggio che quello che sente è sbagliato, eccessivo o non merita di essere ascoltato.

A chi rivolgersi?

Se il disagio e la sofferenza del bambino persistono e incidono sulla sua vita quotidiana, è importante rivolgersi a uno specialista. Lo psicologo dell’età evolutiva o il neuropsichiatra infantile possono aiutare a comprendere ciò che il bambino sta vivendo e a individuare il percorso di supporto più adeguato.

Un intervento psicologico può inoltre coinvolgere i genitori attraverso momenti di psicoeducazione, aiutandoli a riconoscere i segnali di disagio, comprendere meglio ciò che il bambino sta attraversando e trovare modalità più efficaci per sostenerlo.